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Quale è il passaggio da immagine ad icona? Che cos’è che trasforma una fotografia in qualcosa di esemplare, in qualcosa che condiziona la nostra percezione di un evento della Storia?
Il 22 novembre è stata inaugurata a Sesto San Giovanni, presso lo Spazio Arte, la mostra curata da Tatiana Agliani del fotografo Uliano Lucas La vita e nient’altro, una retrospettiva che raccoglie una selezione di duecento fotografie, dalle piazze della fine degli anni Sessanta ai lavoratori in fila per il pranzo in una fabbrica del Kenya nel 2013.

Ho riflettuto spesso sulle fotografie di Uliano Lucas, in modo particolare su alcune immagini che mi hanno aiutato a delimitare visivamente alcuni momenti di un passato che non ho vissuto. E non è semplice malinconia di un tempo a cui non ho potuto partecipare, ma è il senso stesso della fotografia, o meglio, del passaggio dalla fonte orale alla fonte scritta.
Nel momento in cui Lucas nel 1968 decide di recarsi a Sesto San Giovanni e fotografare, vedremo dopo in che modo, la scritta il Vietnam è in fabbrica, e lo scatto inizia a circolare e diventa un’immagine del nostro ricordo, questo assume dei limiti geografici e umani ben definiti entro cui noi, consumatori d’immagini, ricondurremo un momento della narrazione della Storia.
Fotografia orizzontale: un muro che copre l’intera lunghezza dell’immagine, delle case anonime che delimitano lo spazio tra la scritta e il cielo, una pittura muraria di sole cinque parole e un fuggitivo, un passante su una vespa o una lambretta sembra scappare o uscire dal racconto.
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Come queste parole si articolano? Quale è la sintassi dell’immagine? Ossia come sintetizzare in una sola inquadratura una categoria di persone in un momento decisivo di riflessione sul proprio ruolo e sulle proprie condizioni?
Credo che il trucco stia in quell’uomo sfuocato che sembra scrivere le parole d’ordine della Storia; il volto è qualcosa di confuso i cui tratti somatici si perdono sullo sfondo, come una folla organica che circoscrive una piazza, che occupa le strade e le fabbriche.

Quell’anonimato vicino a quelle parole, in quel luogo e in quell’anno, sintetizzano quella che possiamo considerare la massa novecentesca, quella che va dalle adunate dei grandi partiti, alle manifestazioni studentesche e operaie degli anni Sessanta e Settanta.
Se vicino alla scritta sul muro Lucas avesse inquadrato un operaio fermo immobile, se avessimo potuto riconoscere il suo volto, identificarlo, classificarlo, dargli un nome, studiare i sui vestiti, le sue rughe, le sue mani, la sua espressione, avrebbe probabilmente tradito il breve racconto parietale. Perché una scritta di quel tipo, a Sesto San Giovanni nel 1968 è qualcosa che non ha una firma, non vuole averla, è qualcosa che appare, un’epifania del proprio Tempo.
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Lucas, in questo modo, si trasforma da testimone a narratore onnisciente che restituisce un sentimento di una parte del tutto. Ricondurre una sola persona, un solo volto non identificabile ad una folla che si riconosce come tale, è la stessa operazione che avviene quando uno scatto si trasforma in icona. Un’unica immagine da ricordare, un’arma della memoria, un racconto a volte bugiardo, ma importante in quanto nostro: privato (intimo), sociale (comune).
Andrea Tinterri
Uliano Lucas
La vita e nient’altro,
Spazioarte,
via Maestri del Lavoro, Sesto San Giovanni,
Fino al 22/12